Migliorare la comunicazione
Proporvi di curare il vostro modo di comunicare non significa invitarvi a perdere spontaneità. Sarebbe triste se una delle maggiori possibilità creative del podcast, ossia il fatto che si possano sperimentare con zero spese nuove forme di comunicazione audio, venisse autocensurata nello sforzo di parlare tutti come i deejay, senza inflessioni delle maggiori radio. Tuttavia, è anche vero che se una voce è difficile da ascoltare per motivi banali, come mangiarsi le parole, parlare troppo velocemente o lentamente oppure sbagliando il volume, ebbene, questa voce verrà ascoltata meno. Di seguito vi illustriamo delle “buone abitudini” per migliorare l’ascoltabilità dei vostri podcast:
- riascoltatevi con orecchio critico: riascoltate le vostre registrazioni, sia nel computer sia nell’iPod, immaginando di porvi nelle condizioni del vostro ascoltatore tipo (per esempio, ambiente rumoroso…). Riuscite a distinguere chiaramente le parole? Ci sono suoni fastidiosi? Riascoltatevi spesso e migliorerete molto;
- aumentate la larghezza di banda della vostra voce: di solito siamo abituati a utilizzare soltanto una parte molto piccola delle possibilità espressive della nostra voce, per esempio tendiamo a mantenere un ritmo e un’intonazione sempre uguali. Esercitatevi a cambiare ritmo e intonazione, “colorando” il discorso in modo diverso. Riascoltatevi e notate l’effetto;
- ricordate che in radio non vi vedono: sembra un consiglio banale, ma molti principianti se ne dimenticano. Descrivete, quindi, ogni scena che volete trasmettere. Non c’è nulla di peggio che sentire qualcuno fare riferimento a qualcosa che non si vede;
- niente sovrapposizioni: in televisione, teatro e soprattutto alla radio la sovrapposizione delle voci e dei suoni è molto fastidiosa e non comunica nulla, se non voglia di cambiare canale. Nei podcast a più voci siate pronti a cedere spazio al compagno per non sovrapporvi. Attenti al suono o ai rumori di fondo (anche a quelli piccoli e fastidiosi, come la penna con cui giocate, il frusciare dei vestiti…): la vostra voce deve sempre restare “in primo piano”, se volete farvi ascoltare. Tutto può rendere la vostra voce più difficile da sentire;
- state parlando a qualcuno: immaginate di parlare a qualcuno nella stanza. Questo vi aiuterà a regolare meglio il volume della voce, e soprattutto a essere più naturali, anche se state leggendo;
- niente fretta: Pendodeliri, il podcast analizzato precedentemente, dimostra che si può parlare lentamente senza annoiare ed è più facile essere compresi. Tendenzialmente, le persone al microfono tendono a parlare più in fretta che nella vita normale, dunque conviene rallentare un poco per tornare al proprio ritmo naturale.
La parola all’esperto: Paolo Attivissimo
Rendere facili e divertenti temi complessi è stata la chiave del successo dei manuali di informatica di Paolo Attivissimo, il cui libro, Internet per Tutti, è stato a lungo la più venduta guida italiana su Internet. Paolo è anche un giornalista radiofonico, che cura una “striscia” settimanale dedicata al mondo dell’informatica sulla Radio della Svizzera Italiana (scaricabile in podcast), oltre ad apparire frequentemente sulle radio italiane. Per tale motivo, ci è sembrato opportuno fargli raccontare la sua esperienza relativa a quell’intreccio di comunicazione, radio e informatica che sono i podcast.

Figura 12: il sito di Paolo Attivissimo, www.attivissimo.net
D. Il podcast: che ne pensi? Come ci sei entrato in contatto? Ti sta dando soddisfazione?
R. Inizialmente ero molto riluttante, mi sembrava una forma poco efficiente di comunicazione, sia per la chi produce, sia per chi ne fruisce. Una pagina Web si legge alla velocità desiderata, permette facilmente di tornare indietro a rileggere un brano interessante o non chiaro, non fa baccano (a parte quelle odiose paginette con la musica allucinante di sottofondo) e non ha bisogno di un manuale d’istruzioni. Scrivere una pagina è rapido, ed è altrettanto rapido modificarla. Un podcast, invece, procede ai ritmi fissi imposti dal conduttore, richiede l’uso di comandi di avanti veloce e riavvolgimento scomodi e imprecisi, e fa rumore. Creare un podcast, inoltre, richiede molto più tempo che scrivere un testo equivalente; correggerlo e modificarlo è un’impresa immane. Poi ho cominciato ad ascoltare alcuni podcast durante i viaggi in auto, masterizzandoli per sentirli sul lettore CD dell’autoradio, e la mia impressione (perlomeno da fruitore) è cambiata. Il tempo vola quando si ascolta un podcast ben fatto; è un ottimo compagno di viaggio, come la radio ma senza i disturbi e i tempi obbligati della radio: è una sorta di “radio su misura”, che parla degli argomenti che mi interessano, ovviamente snobbati dall’appiattimento dell’offerta radiofonica convenzionale. Dal punto di vista di creatore di podcast, invece, la mia impressione non è cambiata: mi sembra ancora inefficiente. Produrre un buon podcast richiede tempo e fatica. Le papere sono sempre in agguato, bisogna preparare almeno una falsariga del testo prima di registrare, quindi ripulire la registrazione, riascoltarla, aggiungere eventuali effetti sonori e montare interviste e altri inserti... è normale passare due ore per produrre un podcast di cinque minuti. Una pagina Web equivalente si scrive in un decimo del tempo. Senza contare il tempo che si perde quando si scopre di aver detto una fesseria e occorre rifare almeno quel pezzo del podcast. Una correzione che su un blog richiederebbe un minuto diventa una tortura da dieci, venti minuti. In più, in un podcast non si possono includere schermate o immagini, spesso essenziali in un podcast informatico. Nonostante questi limiti, però, trovo il podcast una sfida entusiasmante. Come ex-DJ mi sembra di essere tornato ai tempi della diretta, ma senza le limitazioni della radiofonia ordinaria, dove cinque-dieci minuti di discorsi d’informatica, per esempio, sarebbero impensabili. L’importante, secondo me, è non considerare il podcast una “pagina Web letta ad alta voce”, come purtroppo spesso capita, ma un prodotto distinto, con pregi e difetti specifici. I difetti li ho già citati, mentre i pregi sono, a mio avviso, la possibilità di esprimere meglio i concetti ricorrendo all’intonazione della voce, assente nella pagina Web, di far sentire all’ascoltatore la viva voce delle persone che si intervistano e discutono, in modo molto spontaneo e coinvolgente e il piacere di dare a chi ascolta la sensazione di essere “sul posto”, tramite la registrazione (meglio se stereo) dei rumori ambiente.

Figura 13: Paolo Attivissimo (a destra) durante una registrazione in radio
D. Il tuo podcast è una trasmissione professionale realizzata per la radio che viene resa disponibile anche come Podcast. Quando registri, pensi anche al fatto che sarà anche un podcast e non solo trasmesso alla radio? In che modo?
R. L’impostazione, lo confesso, è più radiofonica che “podcastica”: ho una durata da rispettare per la messa in onda, cosa che il podcast normalmente non prevede, e questo mi costringe a preparare con cura il testo prima di registrare, per concentrare il massimo di contenuti nei quattro-cinque minuti che ho a disposizione (o nei trenta secondi delle “pillole” che preparo sempre per la radio svizzera). Preferirei andare a braccio ed essere più informale, ma il tempo è (per ora) tiranno e la divagazione è tabù. La diffusione come podcast ha però un effetto importante: rende “permanente” quello che dico. Mi spiego: normalmente un servizio radiofonico è una cosa che va in onda una volta sola e poi sparisce. Il mio podcast resta, sia sul sito della radio, sia nei lettori MP3 degli ascoltatori, e questo mi spinge a essere ancora più attento nella scelta di cosa dire e soprattutto di come dirlo. Eventuali errori mi perseguiteranno!
D. Come crei le tue puntate? Ti appoggi alle attrezzature della radio o le realizzi in casa? E in quest’ultimo caso, con che attrezzatura?
R. I podcast relativamente lunghi (4-5 minuti) vengono prodotti interamente in casa. Uso un microfono semiprofessionale, in una stanza che ho attrezzato con pannelli fonoassorbenti per evitare il fastidioso effetto “ti parlo da dentro un secchio” che caratterizza molti podcast. Registro direttamente sul PC usando Audacity e poi taglio le papere, le pause e le frasi intonate scorrettamente; quindi aggiungo gli effetti sonori, che però tengo al minimo indispensabile. I podcast brevi, le mie “pillole” d’informatica, vengono invece prodotti negli studi della Radio Svizzera di lingua italiana, dove ho il lusso di un microfono professionale e di un tecnico che monta e ripulisce tutti i miei strafalcioni.
D. Come scegli i contenuti delle puntate?
R. Di solito propongo i temi caldi del momento, ispirandomi alle notizie trovate in Rete, ma capita anche che la redazione mi chieda specificamente di occuparmi di un dato argomento.
D. Ti piace il format molto breve? Lo utilizzeresti in un podcast tuo, senza limiti?
R. No, sinceramente trovo molto vincolante avere un limite di tempo. Il bello del podcast è proprio quello: avere tempo di dire tutto quello che c’è da dire, di approfondire, di fare commenti. Tutte cose che alla radio e, in misura ancora maggiore, alla televisione è impossibile fare. Ti danno dieci secondi per spiegare un concetto per il quale avresti da parlare per mezz’ora: un tormento, soprattutto per un chiacchierone come me. Mi rendo conto che anche il tempo dell’ascoltatore di un podcast è prezioso e non bisogna abusarne, per cui credo che mi orienterei su un formato non superiore ai dieci- quindici minuti.
D. Provi molto o è buona la prima? Ti scrivi una traccia e leggi? Come fai a non far sentire l’effetto-lettura?
R. Per questi podcast brevi, dove la sintesi e la precisione del linguaggio sono vitali, provo e riprovo. Scrivo il testo, lo leggo ad alta voce, ne correggo le frasi troppo contorte e lunghe (il parlato radiofonico ha regole diverse dalla scrittura Web), poi finalmente registro; se m’impapero, rifaccio al volo; taglierò gli errori in fase di montaggio. Non far sentire l’effetto-lettura è un’abitudine che ho cercato di mantenere dai tempi in cui lavoravo in radio: senza avere ambizioni di talento recitativo, cerco di dare un minimo di spontaneità, facendo pause come se stessi cercando la parola giusta per proseguire e soprattutto strutturando in partenza il testo in modo che sia “recitabile”. C’è una discreta dose di finzione nel creare un podcast apparentemente spontaneo.
D. Come parlare in radio? Meglio parlare velocemente o lentamente? Qual è il ruolo delle pause?
R. Credo che ognuno debba scegliere il ritmo che trova più consono al podcast che produce. Non mi piace chi va a mitraglietta perché ha l’ansia di riempire i silenzi anche quando non ha niente da dire, ma al tempo stesso un ritmo di discorso troppo strascicato induce la narcosi. Forse bisogna ancora trovare la via di mezzo giusta, disabituandosi alla fretta e alle pressioni tipiche della radio e della TV, ed è questo il bello del podcasting: siamo ancora nella fase pionieristica.
D. Quali podcast trovi più ispiranti? Quale potrebbe essere il futuro del podcasting?
R. Sinceramente cerco di non ispirarmi ai podcast, anche se prendo sempre nota di quello che mi piace e di quello che mi infastidisce nei vari podcast che ascolto; preferisco seguire i grandi esempi della radiofonia. I servizi audio della BBC, per esempio Radio 4, sono una scuola impagabile. Ritmi vivaci ma non frettolosi, grande cura nel creare ambienza (il suono ambientale, ndr) raccogliendo sempre i suoni del posto dove si registra, attenzione dello speaker nel descrivere quello che gli ascoltatori non possono vedere, per farli sentire presenti. Il futuro del podcast è apertissimo; mi piacerebbe avere la sfera di cristallo per sapere se, per esempio, potrà diventare un canale di comunicazione di massa o se l’offerta vastissima produrrà una frammentazione del pubblico. Sarebbe molto interessante se, come sta già avvenendo in USA, si arrivasse al podcast commerciale, sostenuto da sponsor. Dubito che l’altro modello commerciale, quello del podcast che si ascolta solo se si paga perché protetto da sistemi anticopia, abbia un futuro sostenibile. Non credo che sostituirà la radio, ma ne diverrà un complemento che consente l’approfondimento: un po’ come il settimanale è complemento del quotidiano. Il limite principale del podcast è ovviamente l’impossibilità della diretta, per cui la radio e la TV tradizionali resteranno imbattibili. Qualcuno ha detto, con una scelta di parole inquietante ma molto azzeccata, che il prossimo 11 settembre non sarà certo annunciato da un podcast.

Figura 14: il sito di BBC Radio 4, http://www.bbc.co.uk/radio4/
D. Un consiglio a chi inizia adesso, e un errore da evitare.
R. Posso darne tre? Il primo è trovare qualcosa di interessante da dire su un tema che si conosce bene e che non sia già coperto da mille altri podcast, affinché il proprio non sia un semplice esercizio di vanità che finisce inascoltato, come lo sono certi blog. Il secondo è la qualità tecnica. Ho sentito troppi podcast incomprensibili a causa di microfoni scadenti e piazzati male, voci a livelli troppo differenti (una ridotta a un bisbiglio, l’altra assordante e distorta) o rimbombi dalle pareti della stanza. Il terzo è sfruttare le caratteristiche del mezzo: è audio, per cui la voce va usata bene, con intonazione e dizione chiara, facendo attenzione alle trappole verbali del “quello che è”, “diciamo”, “tra virgolette” e via dicendo, e va arricchita con effetti sonori che non siano semplici orpelli ma vivacizzino il discorso, e con interventi audio di altre voci. Aggiungerei anche un po’ di rispetto per il diritto d’autore: i podcast spesso usano interi brani come musica di sottofondo, e questo non è permesso dall’attuale normativa del copyright.
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