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Come installare Linux Ubuntu Server

Partizionare i dischi

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Autore: Alessandro Di Nicola - Tratto: Linux Ubuntu per server e reti - Edizioni FAG Milano

Il partizionamento dei dischi

A questo punto si devono creare le partizioni sull’hard disk. Nella schermata Partizionare i dischi sono disponibili, a tale riguardo, quattro opzioni: le prime tre consentono di automatizzare, seppur secondo modalità differenti, la procedura di partizionamento, mentre l’ultima opzione lascia piena libertà all’utente nella creazione delle partizioni.


Figura 7: la schermata per scegliere come partizionare il disco rigido

La prima opzione, Guidato - usa l’intero disco, è la scelta più semplice e immediata: selezionandola apparirà una nuova schermata in cui occorrerà indicare il disco che si desidera partizionare.
Dato che, solitamente, si dispone di un solo hard disk, basterà premere il tasto Invio per selezionare il disco, altrimenti sarà necessario spostarsi con i tasti freccia fino ad evidenziare l’hard disk su cui si vuole installare Ubuntu Server.
Nella schermata successiva verrà mostrato un riepilogo delle scelte effettuate dal programma di installazione: con il partizionamento guidato sarà creata, semplicemente, una partizione di root con filesystem ext3 e quindi una partizione di swap. La partizione di root occuperà la prima partizione primaria su disco, mentre la partizione di swap utilizzerà la prima partizione logica.

Nota
Le partizioni primarie sono le normali partizioni su hard disk: se ne possono creare al massimo quattro su di un singolo disco. Le partizioni logiche, invece, non hanno questa limitazione e vanno inserite in una partizione “contenitore”, la partizione estesa.

Per confermare queste scelte si seleziona il pulsante in basso, altrimenti si sceglie No: in questo secondo caso comparirà la schermata per il partizionamento manuale, nella quale si potrà intervenire direttamente sulla struttura delle partizioni impostata dal programma di installazione.
Confermando l’organizzazione delle partizioni scelta automaticamente, invece, la procedura di installazione proseguirà con la copia sul disco del sistema di base.

Partizionare con LVM

Scegliendo la seconda opzione di partizionamento, Guidato - usare l’intero disco e impostare LVM, si sfrutterà il Logical Volume Manager (LVM) per gestire lo spazio su disco. Al posto dei normali volumi fisici (cioè i dischi e le partizioni), quindi, per l’accesso all’hard disk il sistema utilizzerà dei volumi logici, cioè virtuali: il vantaggio più rilevante di questi è che è possibile modificarne al bisogno le dimensioni, riducendole oppure aumentandole, in modo molto semplice e senza intralci.
L’adozione del sistema LVM, inoltre, consente di sostituire un disco rovinato senza dover interrompere il funzionamento di una macchina. Si tratta di una caratteristica di grande utilità sui server.
Se si è scelta l’opzione Guidato - usare l’intero disco e impostare LVM, dunque, comparirà una schermata in cui si dovrà selezionare il disco da partizionare. Fatto questo, per poter configurare effettivamente il sistema LVM sarà necessario confermare i cambiamenti alla tabella delle partizioni premendo il pulsante Sì.
Nella schermata successiva si avranno informazioni complete sulle partizioni che saranno presenti sul disco. Nel dettaglio, il sistema creerà automaticamente una piccola partizione di boot (prima partizione primaria) e una partizione di tipo LVM (prima partizione logica) che occuperà tutto lo spazio restante sull’hard disk. All’interno di questa partizione LVM verranno inseriti due volumi logici LVM, che corrispondono alla partizione di root e a quella di swap.


Figura 8: il sistema ha creato due volumi logici LVM

Per confermare la struttura del disco indicata si seleziona il pulsante Sì: le partizioni verranno così formattate e saranno installati sul disco i pacchetti di base.

Cifrare il contenuto dell’hard disk

La terza opzione di partizionamento disponibile, Guidato - usare l’intero disco e impostare LVM cifrato, come la precedente crea sull’hard disk dei volumi logici LVM ma, in più, cifra i dati in questi contenuti così che non possano essere letti da estranei.
Si tratta di una valida barriera protettiva per la riservatezza delle informazioni, utile nel caso che il proprio server contenga dati sensibili: se un disco cifrato viene rubato e poi collegato a un altro computer, infatti, il suo contenuto risulterà comunque illeggibile.
Selezionata l’opzione per impostare un sistema LVM cifrato, basterà seguire i passaggi per partizionare il disco con il sistema LVM indicati nel paragrafo precedente, Il partizionamento LVM: si seleziona il disco da partizionare e si confermano le modifiche alle partizioni premendo il pulsante .
A questo punto comparirà una schermata in cui si dovrà inserire una passphrase, una lunga password che servirà a ottenere l’accesso all’hard disk, e quindi al sistema, quando si avvierà la macchina. Per sicurezza si consiglia di inserire una passphrase lunga almeno 20 caratteri e formata da lettere, numeri e segni di interpunzione.


Figura 9: per proteggere un disco cifrato si deve usare una passphrase difficile da individuare

Nella schermata successiva, quindi, va digitata nuovamente la passphrase appena inserita, per conferma. Fatto ciò, si potranno leggere nella schermata seguente le informazioni dettagliate sulle partizioni che saranno create sull’hard disk: non rimane che selezionare il pulsante per salvare le modifiche sul disco.
Una volta che l’installazione di Ubuntu Server è terminata, al boot del PC comparirà una riga Enter LUKS passphrase: simile a quella visibile nella figura 10. Solo digitando la giusta passphrase si potrà far continuare la procedura di avvio e avere, così, accesso al sistema.


Figura 10: all’avvio del PC bisogna inserire la giusta passphrase

Partizionamento manuale

Un server è una macchina dai compiti specifici che, spesso, richiede configurazioni personalizzate per funzionare al meglio. Per tale ragione può essere utile, su di un PC adibito a uso server, gestire nel dettaglio le partizioni presenti sul disco rigido, scegliendo autonomamente dimensioni e filesystem da adottare caso per caso.
L’ultima opzione disponibile per partizionare il disco, quindi, permette di ottenere il pieno controllo delle partizioni da parte dell’utente: nella schermata con elencati i metodi di partizionamento, dunque, si selezioni la voce Manuale.
Prima di proseguire nell’installazione, però, è necessario conoscere in modo approfondito i filesystem disponibili su Linux e prendere confidenza con le directory di sistema.

 

I filesystem disponibili

Il filesystem è il sistema mediante il quale i file vengono memorizzati e gestiti su un supporto. Anni fa, il filesystem di default su Linux era Ext2: si tratta di un filesystem solido e affidabile ma, purtroppo, privo di un sistema di journaling.
Di cosa si tratta? Il sistema di journaling permette di salvare in un apposito file di log lo stato delle operazioni su disco effettuate su di una determinata partizione.
Nel file di log è indicato se un’operazione è stata portata a termine o meno. Quando una macchina viene riavviata a causa di un crash di sistema, quindi, tale file viene consultato e ciò consente di ottenere un filesystem sempre in stato consistente, cioè integro.
In questo modo viene scongiurata la necessità di effettuare lunghi controlli preliminari sulle partizioni prima di poter accedere nuovamente al sistema.
Attualmente Ext2 ha ceduto lo scettro di principale filesystem su Linux ad altri filesystem più moderni, tutti dotati di un sistema di journaling: Ext3, Reiserfs, Reiser4, JFS e XFS. Ecco una descrizione succinta delle caratteristiche di ciascuno di essi:


  • Ext3: si tratta del filesystem scelto come default da Ubuntu Server per i partizionamenti guidati. Le sue doti di spicco sono una grande solidità e la presenza di un sistema di journaling di tipo data + metadata. Questa seconda caratteristica fa sì che, dopo un crash, i dati presenti su disco siano sempre i più recenti. In altri sistemi di journaling, invece, la possibilità di ottenere un filesystem consistente non implica la certezza di ritrovare sull’hard disk gli ultimi aggiornamenti sui file;
  • Reiserfs: ha prestazioni ragguardevoli soprattutto quando si ha a che fare con file molto piccoli. Nel complesso, un filesystem piuttosto robusto e molto veloce;
  • Reiser4: filesystem innovativo non ancora incluso nel kernel standard Linux. L’architettura modulare lo rende un filesystem estremamente duttile; si pensi alla possibilità di supportare operazioni di compressione e crittografia direttamente a livello di filesystem. La sua dote precipua è una grande efficienza nel gestire piccoli file e directory con un gran numero di file al loro interno;
  • XFS: prestazioni eccellenti in tutti i campi tranne che nella cancellazione dei file. Si tratta di un filesystem molto solido, che rappresenta la scelta ideale quando si devono manipolare file di grandissime dimensioni. Consente di ingrandire e deframmentare una partizione senza che questa debba essere preventivamente smontata;
  • JFS: offre buone prestazioni in qualsiasi situazione, grazie al ridotto carico di lavoro sulla CPU anche durante i picchi di utilizzo del disco. Gestisce al meglio dischi di grandi dimensioni.

Quale filesystem utilizzare per il proprio server? Probabilmente i migliori fs per un uso generico sono Ext3 e XFS, ma Linux consente di utilizzare filesystem differenti sulle diverse partizioni dell’hard disk.
Per esempio, se in un determinato sistema una partizione deve contenere i dati di un proxy server, che tipicamente fa uso di un gran numero di file di piccole dimensioni, la scelta ideale è quella di formattare la partizione con Reiserfs.
Se, invece, i continui trasferimenti di file in alcune partizioni rischiano di far collassare delle macchine non troppo performanti si può pensare di formattare tali partizioni con JFS.
Infine, su un media center “viaggiano” spesso file multimediali di grandi dimensioni: è proprio la situazione migliore, almeno in ambito domestico, per sfruttare al massimo le potenzialità del filesystem XFS.

Le directory di sistema

Nei paragrafi precedenti si è visto come la procedura di partizionamento guidato crei su disco due partizioni: quella di root e quella di swap. La partizione di root contiene la “radice” dell’intero albero di directory del sistema (è detta anche, quindi, directory radice): si tratta della partizione principale di ogni installazione, tanto da poter essere la sola presente su disco.
La partizione di swap, invece, non è altro che uno spazio sull’hard disk che fornisce al sistema della memoria virtuale quando la RAM disponibile non è più sufficiente.
Ma il partizionamento di un disco può essere decisamente più articolato: ogni directory presente sulla directory radice, infatti, può essere spostata su di una partizione separata. L’utilizzo di un più ampio numero di partizioni comporta alcuni indubitabili vantaggi: innanzitutto, ciò permette di gestire in modo più duttile lo spazio su disco. Quindi, semplifica le procedure di backup consentendo di effettuare delle copie dirette di singole partizioni anziché dei file che le compongono. Infine, può costituire un’ottima barriera contro malfunzionamenti e attacchi al sistema.
Può capitare, infatti, che l’esecuzione di un comando o un’operazione su disco abbiano come esito imprevisto l’occupazione di tutto lo spazio disponibile sul supporto: nel caso di utilizzo della sola partizione di root, questo comporterà l’impossibilità di scrivere sull’intero disco, con un evidente danno per l’intero sistema.
Se si fa uso di una pluralità di partizioni, invece, a risultare piena sarà la sola partizione su cui è avvenuta l’operazione di scrittura.
Nella Tabella 2, quindi, vengono elencate le principali directory che è utile spostare su partizioni separate.

Tabella 2: le directory di sistema

Directory Utilizzo

/home

Contiene tutti i file personali degli utenti. Separandola dalla partizione di root è possibile reinstallare una distribuzione mantenendo i file personali intatti: utile se un server è stato compromesso e bisogna reinstallarlo dal CD.

/usr

Contiene i programmi installati dal sistema, la documentazione ed i file di sviluppo. Creando una partizione separata si possono differenziare i file di sistema dalle applicazioni.
/var Qui vengono inseriti dei dati di sistema. La directory è usata per i lavori di stampa e per i file di log. Una partizione separata scongiura l’ipotesi che i file di log “inondino” tutto l’hard disk.
/tmp Contiene i file temporanei creati dal sistema o dai singoli programmi. Una partizione separata permette di limitare i permessi di esecuzione sui file temporanei, così da scongiurare exploit di questo tipo.
/boot Contiene i file del kernel. Utilizzando una partizione separata, in caso di filesystem corrotti sulle altre partizioni, si potrà comunque effettuare il boot potendo contare su di un sistema minimale.
/etc Questa directory raccoglie i file di configurazione del sistema. Dedicarle una partizione può essere utile per effettuare copie di backup dei file di configurazione in modo pratico e veloce.

Dopo questi necessari approfondimenti sui filesystem e sulle directory di sistema, si può tornare al programma di installazione di Ubuntu Server con le idee chiare su come procedere.

Scegliere una per una le partizioni

Una volta scelto il partizionamento manuale, comparirà una schermata simile a quella di figura 11. Questa rappresenta un’anteprima delle partizioni presenti sul disco.
In questo paragrafo si utilizzerà come esempio una configurazione delle partizioni tipica per una piccola macchina server: le partizioni presenti sono /boot, /var, /home, oltre ovviamente alla partizione di root e a quella di swap. Ecco come procedere.
Se l’hard disk non contiene una corretta tabella delle partizioni, nella schermata sarà presente soltanto una riga con le informazioni sull’hard disk, senza alcuna partizione elencata: bisogna allora selezionare con i tasti freccia la riga relativa al disco e premere Invio. Nella schermata successiva viene chiesto se si vuole creare una nuova tabella della partizioni: si deve rispondere .
Si ritornerà così alla schermata di anteprima, in cui sarà comparsa una riga con la scritta SPAZIO LIBERO. Si selezioni tale riga e si prema Invio.


Figura 11: la schermata per il partizionamento manuale

Si inizia con la partizione di swap

Ora si creeranno via via le diverse partizioni sul disco: si può iniziare con la swap, così da poter lasciare comodamente tutto il restante spazio disponibile per le partizioni principali.
Nella nuova schermata, quindi, si deve selezionare l’opzione Crea una nuova partizione.


Figura 12: le opzioni disponibili quando si seleziona lo spazio libero sull’hard disk

Fatto questo, bisogna stabilire lo spazio da riservare alla nuova partizione. Lo si può indicare in forma assoluta (5 GB, 1500 MB ecc.) o in forma percentuale (25%, per esempio, stabilisce che si vuole riservare il 25% dello spazio disponibile a questa partizione).
Per una partizione di swap sono solitamente sufficienti 256 MB di spazio: non è più valida, infatti, la vecchia regola secondo la quale è necessario dedicare una quantità di spazio su disco doppia rispetto alla RAM disponibile sulla macchina. Nel caso si reputi che carichi di lavoro gravosi sul server possano talvolta aumentare in modo rilevante le richieste di memoria, si può creare una partizione di swap di dimensioni maggiori, per esempio di 1 GB.
Fatto questo, si deve poi indicare il tipo di partizione da utilizzare, se Primaria o Logica, e la posizione della partizione, se all’Inizio o alla Fine dello spazio su disco. Nel caso della swap si scelga una partizione primaria posta all’inizio dell’hard disk: collocando la partizione di swap nei primi settori di un disco, infatti, se ne miglioreranno le prestazioni.
A questo punto comparirà una schermata con le impostazioni per la partizione (visibile in figura 13).


Figura 13: la schermata con le impostazioni per la partizione

Le opzioni disponibili in questa schermata sono numerose e importanti. La prima, Usato come, indica il filesystem impiegato nella partizione selezionata. Il Punto di mount, invece, stabilisce in quale directory il sistema deve rendere accessibile il contenuto della partizione. Si ha piena libertà nell’abbinare una partizione a una qualsiasi directory contenuta nell’albero che parte da /, cioè dalla partizione radice.
L’opzione successiva, Opzioni di mount, consente di indicare se nella partizione corrente non bisogna permettere l’esecuzione di file binari (parametro noexec), se il filesystem deve essere in sola lettura (parametro ro) e molto altro ancora. Tramite l’opzione seguente, Etichetta, è quindi possibile attribuire un’etichetta alla partizione.
I Blocchi riservati, invece, indicano la percentuale di spazio su disco che viene riservata per sicurezza all’utente root: lasciando un numero sufficiente di blocchi è possibile evitare che singoli utenti nel sistema possano riempire l’intero hard disk.
L’opzione successiva, Uso tipico, compare se si è scelto come filesystem Ext3 o Ext2 e consente di modificare alcuni parametri del filesystem, così da ottimizzarlo per un uso specifico. I valori disponibili sono standard, news, largefile e largefile4: news è ideale per partizioni con molti file di piccole dimensioni mentre largefile e largefile4 sono adatti a gestire al meglio volumi con pochi file di grandi e grandissime dimensioni. L’ultima opzione, Attiva flag «avviabile», deve assumere il valore attivato sulla partizione contenente i file del kernel Linux: se si utilizza una partizione /boot il valore attivato deve essere presente su questa, altrimenti tale valore va impostato sulla partizione radice.
Per creare la partizione di swap, quindi, basta semplicemente assegnare all’opzione Usato come il valore area di swap. Fatto questo, si seleziona la voce Preparazione di questa partizione completata per tornare così alla schermata con l’anteprima delle partizioni.


Figura 14: le opzioni per creare una partizione di swap sull’hard disk

Aggiungere le altre partizioni

Ora che la partizione di swap è stata creata, bisogna aggiungere tutte le altre partizioni.
Ecco le istruzioni per creare la partizione /boot. I primi passaggi da compiere ricalcano quelli già visti per la partizione di swap: nella schermata con l’anteprima delle partizioni si seleziona la linea con la dicitura SPAZIO LIBERO, si sceglie poi l’opzione Crea una nuova partizione e si arriva alla schermata in cui bisogna indicare lo spazio da dedicare alla nuova partizione.
La partizione /boot contiene solo i file del kernel e del bootloader; per tale ragione richiede una ridotta quantità di spazio su disco: 50 MB sono più che sufficienti. Si scelga una partizione Primaria, creata a partire dall’Inizio dell’hard disk. Nella schermata delle impostazioni per la partizione si indichi /boot come valore dell’opzione Punto di mount e si selezioni la riga con l’opzione Attiva flag «avviabile» per darle il valore attivato. Come filesystem si può scegliere il solido e affidabile Ext3: il valore di Usato come deve dunque essere Ext3. Nell’immagine seguente è possibile vedere un riepilogo delle opzioni per la partizione /boot.


Figura 15: le opzioni per creare la partizione /boot

Non rimane quindi che selezionare la voce Preparazione di questa partizione completata e creare poi le restanti partizioni.
La partizione / contiene i principali file di sistema e gli eseguibili: su di un server difficilmente si installeranno ingombranti ambienti grafici con effetti 3D o giochi dell’ultima generazione ma, non di meno, è poco saggio concedere uno spazio limitato alla partizione radice, dato che è sempre possibile che si richieda l’installazione di nuovo software. Si consiglia quindi di dedicare almeno una manciata di GB (5 GB dovrebbero essere più che sufficienti) a questa partizione.
Anche le partizione radice sarà Primaria e creata a partire dall’Inizio del disco. La schermata delle impostazioni per questa partizione avrà / come Punto di mount ed Ext3 come valore dell’opzione Usato come.
La partizione successiva da creare è /var. Le dimensioni di questa variano a seconda dell’uso che si vuol fare della macchina: molte applicazioni server (come il web server Apache, per esempio) possono memorizzare ingenti quantità di dati all’interno di questa directory e, in tal caso, lo spazio su disco da dedicare a /var deve essere adeguato. Va ricordato che anche i pacchetti Ubuntu scaricati dalla rete finiscono nella directory /var (precisamente, nella cartella /var/cache/apt/archives).
Data dunque la variabilità dei dati contenuti in questa directory e viste le dimensioni sempre maggiori degli hard disk presenti in commercio, per sicurezza è consigliabile dedicare a /var una partizione da alcuni GB. In questo caso si deve scegliere il tipo di partizione Logica, ricavando lo spazio dall’Inizio del disco: è necessario utilizzare una partizione logica perché, altrimenti, con la creazione di /var verrebbero occupate tutte e quattro le partizioni primarie disponibili e non sarebbe più possibile aggiungere /home o altre partizioni.

Nota
Creando una partizione logica, infatti, viene creata anche la relativa partizione estesa: dato che una partizione estesa è, in realtà, un tipo di partizione primaria, se sono state già create su disco quattro partizioni primarie non è più possibile aggiungere alcuna partizione estesa e, quindi, nemmeno partizioni logiche.

Nelle impostazioni per /var, quindi, si sceglierà /var come Punto di mount. Come filesystem si può scegliere il consueto Ext3, anche se è vero che la directory /var, spesso, è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di file di piccole dimensioni: se questo è il caso del proprio server si può indicare ReiserFS come valore dell’opzione Usato come. In alternativa, si può mantenere Ext3 e scegliere news come Uso tipico.
Non resta che creare l’ultima partizione, /home. Si lasci a questa tutto lo spazio disponibile sull’hard disk. Ciò permetterà all’amministratore di aggiungere un numero nutrito di utenti al sistema, offrendo a essi la maggior quantità di spazio disponibile per documenti personali e file eseguibili.
Ovviamente, se si ha intenzione di allestire un server “puro” che fornisca semplicemente un servizio agli altri computer della LAN, non ha molto senso lasciare tutto questo spazio alla /home, e la strategia nella ripartizione dello spazio su disco andrebbe debitamente rivista (per esempio, aumentando lo spazio da assegnare alla partizione /var).
Comunque, per dare tutto lo spazio rimasto sull’hard disk alla /home si inserisce max come valore per le dimensioni della partizione, oppure si prema semplicemente Invio. Fatto questo, si sceglie /home come Punto di mount e si indica come filesystem Ext3.
Un’ultima accortezza può essere quella di ridurre, in questo caso specifico, la percentuale dei Blocchi riservati. Date le ampie dimensioni della partizione /home, infatti, una percentuale abbassata al 2% costituirà comunque un sufficiente “salvagente” per l’utente root e, al tempo stesso, lascerà disponibile una maggiore quantità di spazio per i file personali degli utenti.
Confermate le impostazioni per /home si tornerà alla schermata con l’anteprima delle partizioni, che sarà ora simile all’immagine visibile nella figura 16.


Figura 16: la schermata con tutte le partizioni create

A questo punto non rimane che selezionare l’opzione Terminare il partizionamento e scrivere i cambiamenti sul disco. Nella schermata successiva comparirà l’elenco delle partizioni che il sistema formatterà: dopo aver controllato che tutto corrisponda a quanto richiesto, si selezioni il pulsante in basso così da confermare le modifiche al disco.
Le partizioni verranno formattate e saranno installati i pacchetti di base del sistema.

Se le partizioni ci sono già

Solitamente l’allestimento di una macchina server avviene su hardware appositamente acquistato: qualche volta, però, capita di dover “riciclare” dei computer e i loro rispettivi hard disk, adibendoli a uso server.
In questi casi, nella schermata che elenca le modalità di partizionamento disponibili compariranno delle voci ulteriori: Guidato - Ridimensionare (seguito dalla partizione che è necessario ridimensionare) e Guidato - usare il più ampio spazio contiguo disponibile.
La prima opzione consente di mantenere le partizioni preesistenti, ridimensionandone una per far posto all’installazione di Ubuntu Server. Dopo aver scelto Guidato -Ridimensionare, quindi, si devono confermare le modifiche all’hard disk selezionando il pulsante Sì nella schermata che appare.
Le nuove dimensioni della partizione da ridimensionare vanno indicate nella schermata visibile nella figura 17.


Figura 17: la schermata nella quale si ridimensiona una partizione per far spazio a Ubuntu Server

È possibile inserire direttamente lo spazio in MB o GB che deve occupare la partizione, oppure utilizzare un valore in percentuale o, ancora, scrivere max per lasciare alla partizione lo spazio massimo consentito.
La seconda opzione disponibile, Guidato -usare il più ampio spazio contiguo disponibile, permette di mantenere le partizioni preesistenti integre installando Ubuntu Server nello spazio che resta sul disco.
Utilizzando il partizionamento manuale, infine, nella schermata con l’anteprima delle partizioni è possibile selezionare una partizione preesistente e poi ridimensionarla o cancellarla tramite le rispettive opzioni presenti nella schermata delle impostazioni.

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