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Il dominio .mobi

I limiti di un .mobi

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Autore: Fabio ricci - Tratto da: Sviluppare il Web Mobile - Apogeo

I limiti naturali di un .mobi

Il dominio .mobi presenta però dei limiti. Analizziamoli partendo dal suo impiego da parte di Google. In realtà, pur esistendo un google.mobi, esso rimanda a m.google.com (o m.google.it nel nostro caso). Si veda la figura 1.


Figura 1: google.mobi ci indirizza verso m.google.it

La pagina in questione non appare essere il motore di ricerca di Google in senso classico, ma più una sorta di presentazione dei servizi “mobili” di Google. Se invece visitiamo la pagina google.it/m,allora avremo il risultato mostrato nella figura 2.


Figura 2: il motore di ricerca di Google mobile nella veste più tradizionale

Tale scelta di Google ci dovrebbe far riflettere. Innanzitutto, un sito come Google, che presenta svariate versioni nelle più diverse lingue del mondo, troverà riduttivo creare un sito .mobi, per cui finirà per utilizzare tale TLD per creare un indirizzamento verso un sito locale (m.google.it per noi italiani). Ciò toglie qualcosa all’importanza di .mobi. Digitare google.mobi e trovare scritto nella barra degli indirizzi qualcosa d’altro non è proprio il massimo...
Inoltre, stranamente, Google associa all’indirizzo google.com/m (o google.it/m) il vero motore di ricerca mobile che ci ricorda quello tradizionale. Non un grande spot per il nostro .mobi, dunque.
Anche se .mobi non localizza un sito mobile, nessuno vieta però di creare dei sottodomini del tipo it.dominio.mobi, fr.dominio.mobi e così via. Dipenderà molto da noi e da come è organizzato il nostro sito web in generale. Se abbiamo un dominio .com preesistente con uno spazio web associato, allora probabilmente la soluzione di Google è quella più veloce e semplice, anche se non troppo elegante. Se però abbiamo solo un sito web mobile con uno spazio web associato, sarà meglio servirsi di sottodomini.
Un altro limite abbastanza visibile è la lunghezza del suffisso. Se davvero la scrittura di un indirizzo web può presentare dei problemi per l’utente Internet appare davvero strano che il suffisso in questione sia costituito da ben quattro lettere.
Inoltre, non è detto che l’utenza del web mobile capisca subito cos’è un sito .mobi. Sarebbe dunque opportuno che un dominio .com sia affianchi uno .mobi, almeno nei primi tempi, in attesa che il secondo divenga più familiare.

Nota
In tempi di spam eccessivo e con l’arrivo di virus per cellulari, l’utente potrebbe diffidare di domini che ritiene “esotici”. D’altronde, cosa ci sentiremmo di dire se qualcuno ci darà l’indirizzo di uno splendido museo che abbia un suffisso .museum oppure di una compagnia area che ha scelto .aero?

Infine, la maggior parte dei siti mobili non è servita da un dominio .mobi, il che potrebbe ingenerare ancor di più la sensazione di smarrimento dell’utente, che potrebbe non capire il senso di un .mobi quando .com fa benissimo al suo caso ed è estremamente docile sul proprio device mobile.

Una critica a dir poco autorevole

Il dominio .mobi ricevette, appena proposto, una durissima critica nientemeno che da Tim Berners-Lee. In questa pagina, ancora visibile, si può leggere il suo pensiero sull’allora eventuale adozione di .mobi, datato 2004. In tale articolo Berners-Lee consiglia all’ICANN (l’organizzazione che gestisce i domini di Internet) di non adottare né .xxx né .mobi (l’ICANN lo ascolterà, come sappiamo, solo nel primo caso).
Proprio a .mobi, però, si rivolgono le critiche più pesanti. Addirittura si intravede nella sua adozione da parte dell’ICANN un grave danno al concetto di Internet. Berners-Lee asseriva, infatti, che per definizione il Web è universale e tale universalità deve essere preservata. Il danno che .mobi avrebbe portato sarebbe stato proprio quello di avere la pretesa di dividere utenti e contenuti in due gruppi, mobile e immobile (da leggere all’inglese). E certo, per l’inventore del Web questo deve essere sembrato troppo.
Quasi alla fine del documento, egli definisce non solo futile il tentativo dell’introduzione di .mobi, ma addirittura dannoso. E fornisce due curiosi esempi: se si vuole andare al ristorante, sarà normale raggiungere il sito di tale esercizio commerciale per avere tutte le informazioni possibili e lo si farà presumibilmente a casa, con uno schermo abbastanza grande, aggiungendo poi un segnalibro al nostro browser. Ma se, in un secondo momento, abbiamo a disposizione un telefono cellulare, questo dovrà darci le informazioni su quel segnalibro, informazioni che siano filtrate e che abbiano senso in base al nostro utilizzo in quella situazione. Ci si aspetterà, per esempio, di verificare il menù del giorno.
Un altro caso è la ricerca di un tragitto prima di uno spostamento. Avverrà dapprima sul PC dell’ufficio o di casa con tutti i dati possibili, mentre quando andremo a visualizzare la stessa pagina sul nostro cellulare ci basterà conoscere il numero del gate dell’aeroporto. In pratica, con questi due esempi, Berners-Lee si schiera a favore di un adattamento di un unico contenuto a seconda dell’occasione in cui vogliamo accedere a certe informazioni. La gravità di .mobi sta nel fatto che utilizzare due contenuti diversi è di per sé dannoso, soprattutto nel momento in cui il nome della risorsa, il suo dominio, si divide in due: .mobi e .com. Berners-Lee conclude che per far risalire ai contenuti necessari in una certa situazione scegliere due domini diversi è forse la soluzione peggiore.
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